(2009) di Anthony DiBlasi con Jackson Rathbone, Hanne Steen e Laura Donnelly
Che cos’e’ normale? Perche’ ci preoccupiamo in continuazione di quello che pensano gli altri? Che cos’e’ che ci terrorizza sul serio? E perchè non siamo mai in pace con noi stessi?
Dread dovrebbe esaminare cio’ che piu’ spaventa ognuno di noi e farci affrontare le nostre paure per esorcizzarle, ma purtroppo il bersaglio e’ mancato in pieno e di pauroso c’e’ veramente poco.
Stephen e’ uno studente universitario che viene coinvolto in un progetto di cinema grazie alle capacita’ dialettiche e persuasive del suo compagno di corso Quaid, ma il viaggio dentro le paure e paranoie oggetto del documentario che girano, finiranno per scatenare reazioni cruente e inaspettate.
Tratto dalla storia breve Dread di Clive Barker, il primo lungometraggio di Anthony DiBlasi stravolge e rivisita personaggi e trama lasciando qualche frase del racconto in qua e in la’ per ricordarci che siamo sempre dentro l’immaginazione di Barker, ma la confusione che si crea non rende giustizia al geniale autore di Hellraiser.
Stilisticamente Dread presenta sicuramente alcuni pregi: inquadrature che trasmettono inquietudine e ansia – come la camera attaccata all’ascia mentre sbatte sui gradini delle scale, o angoli di ripresa che ricordano alla lontana Hitchcock – come anche effetti visivi efficaci e crudi, ma l’approfondimento psicologico e filosofico, lungamente trattato nel racconto, nel film viene evitato quasi del tutto, o sfiorato a tratti sfoggiando frasi prese pari pari e copiate&incollate in una sceneggiatura sempre al limite del comprensibile.
Il filo conduttore della storia cartacea e’ l’analisi continua di cio’ che ci impedisce di vivere serenamente, delle nostre paure più recondite, siano traumi del passato, scelte del presente o imbarrazzanti macchie della pelle. Il film, pero’, trasforma queste paure e paranoie dei personaggi in pretesti per cercare di spaventare o inorridire, non facendo i conti con l’intelligenza del pubblico, e volendo creare spunti che finiscono solo per deviare dal concetto principale e sfociando nella crudezza – e nella crudeltà – fine a se stessa.
Paure, ansie, ostacoli, vergogne, paranoie, indifferenza… che senso ha quindi vivere? Solo quando si accetta il fatto che, alla fine, la vita di valore non ne ha neanche un po’, forse è il momento in cui si inizia ad apprezzarla veramente.
VOTO: 5.5